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martedì 20 dicembre 2016

Date poca cosa se date le vostre ricchezze. E' quando date voi stessi che date veramente....

Il Dare - Kahlil Gibran

Allora un uomo ricco disse: Parlaci del Dare.
E lui rispose:
Date poca cosa se date le vostre ricchezze.
E' quando date voi stessi che date veramente.
Che cosa sono le vostre ricchezze se non ciò che custodite e nascondete nel timore del domani?
E domani, che cosa porterà il domani al cane troppo previdente che sotterra l'osso nella sabbia senza traccia, mentre segue i pellegrini alla città santa?
E che cos'è la paura del bisogno se non bisogno esso stesso?
Non è forse sete insaziabile il terrore della sete quando il pozzo è colmo?
Vi sono quelli che danno poco del molto che possiedono, e per avere riconoscimento, e questo segreto desiderio contamina il loro dono.
E vi sono quelli che danno tutto il poco che hanno.
Essi hanno fede nella vita e nella sua munificenza, e la loro borsa non è mai vuota.
Vi sono quelli che danno con gioia e questa è la loro ricompensa.
Vi sono quelli che danno con rimpianto e questo rimpianto è il loro sacramento.
E vi sono quelli che danno senza rimpianto né gioia e senza curarsi del merito. Essi sono come il mirto che laggiù nella valle effonde nell'aria la sua fragranza. Attraverso le loro mani Dio parla, e attraverso i loro occhi sorride alla terra.
E' bene dare quando ci chiedono, ma meglio è comprendere e dare quando niente ci viene chiesto.
Per chi è generoso, cercare il povero è gioia più grande che dare.
E quale ricchezza vorreste serbare?
Tutto quanto possedete un giorno sarà dato.
Perciò date adesso, affinché la stagione dei doni possa essere vostra e non dei vostri eredi.
Spesso dite: "Vorrei dare ma solo ai meritevoli".
Le piante del vostro frutteto non si esprimono così né le greggi del vostro pascolo. Esse danno per vivere, perché serbare è perire.
Chi è degno di ricevere i giorni e le notti, è certo degno di ricevere ogni cosa da voi.
Chi merita di bere all'oceano della vita, può riempire la sua coppa al vostro piccolo ruscello.
E quale merito sarà grande quanto la fiducia, il coraggio, anzi la carità che sta nel ricevere?
E chi siete voi perché gli uomini vi mostrino il cuore, e tolgano il velo al proprio orgoglio così che possiate vedere il loro nudo valore e la loro imperturbata fierezza?
Siate prima voi stessi degni di essere colui che dà e allo stesso tempo uno strumento del dare.
Poiché in verità è la vita che dà alla vita, mentre voi, che vi stimate donatori, non siete che testimoni.
E voi che ricevete - e tutti ricevete - non permettete che il peso della gratitudine imponga un giogo a voi e a chi vi ha dato.
Piuttosto i suoi doni siano le ali su cui volerete insieme.
Poiché preoccuparsi troppo del debito è dubitare della sua generosità 
che ha come madre la terra feconda, e Dio come padre.

- Kahlil Gibran - 

da: " Il Profeta"



By leggoerifletto.blogspot.it

Gesù, Figlio dell'Uomo - Kahlil Gibran

Maestro, maestro dei cantici,
Maestro di parole mai dette,
sette volte sono nato, sette volte sono morto
dal tempo della tua visita fugace,
dall'istante fugace del nostro incontro.
Ed ecco, sono vivo ancora una volta,
a ricordare un giorno e una notte trascorsi sui monti,
quando ci alzava la tua marea.
Da allora molte terre ho attraversato, e molti mari,
e dovunque io fossi condotto, da sella o da vela,
c'era il tuo nome, come preghiera o disputa.
Benedetto o maledetto dagli uomini:
era maledizione la protesta contro una disfatta,
era benedizione l'inno del cacciatore
di ritorno dai monti
con le provviste per la compagna.
Sono ancora al nostro fianco i tuoi amici,
sostegno e conforto,
e i tuoi nemici ancora ci danno vigore e certezza.
E' ancora qui tua madre;
ho visto splendere il suo volto nel volto di tutte le madri;
dondolavano culle al tocco gentile della sua mano,
quella sua mano che piega lenzuola funebri con tenerezza.
E' ancora tra noi Maria Maddalena,
colei che accostò le labbra all'aceto prima che al vino dell'esistenza.
E Giuda, uomo di dolore, uomo di ambizioni meschine,
anche lui percorre la terra;
ed è ancora preda di se stesso quando la sua fame non trova altro,
e cerca il suo io, quello grande, distruggendo se stesso.
Ed ecco Giovanni, la cui giovane età amava la bellezza:
canta, canta e non l'ascoltano.
E Simon Pietro, l'impetuoso, che ti rinnegò al fine di vivere più a lungo per te,
anche lui siede accanto al fuoco, il tuo fuoco.
Potrebbe rinnegarti ancora, prima dell'alba di un nuovo giorno,
ma per te si farebbe crocifiggere, e si direbbe indegno di così grande onore.
E Caifa e Anna vivono ancora il loro giorno,
giudicando colpevoli e innocenti.
Dormono sui loro letti di piume
mentre viene percosso l'uomo che hanno appena giudicato.
Ed ecco la donna che fu sorpresa in adulterio,
si aggira ancora nelle nostre città,
affamata di pane da cuocere,
e abita sola in una casa vuota.
Ed è qui anche Ponzio Pilato:
ti è ancora di fronte in timore e reverenza,
ancora ti interroga,
ma non osa mettere in gioco se stesso o provocare un popolo straniero;
ecco che ancora si lava le mani.
E ancora Roma sorregge la brocca e Gerusalemme il bacile,
e tra loro mille migliaia di mani chiedono di tornare monde.

Maestro, maestro di poesia,
Maestro di parole pronunciate, Maestro di parole cantate,
hanno costruito templi per dare dimora al tuo nome,
e sopra ogni altura hanno innalzato la tua croce,
simbolo, segnale che guidi i loro passi indocili,
ma quella guida non conduce alla tua gioia.
E' un monte, la tua gioia, al di là della loro visione,
e a loro non può arrecare conforto.
Vogliono rendere onore a un uomo che non conoscono.
Quale consolazione in un uomo come loro, un uomo la cui
gentilezza è la loro gentilezza,
dio di un amore simile al loro,
dio di pietà che è nella loro pietà?
L'uomo, il vivente, il primo uomo che aprì gli occhi e fissò il sole,
e fissò il sole senza che le sue palpebre tremassero:
a quest'uomo, non intendono rendere onore.
Non lo conoscono, e rifiutano di divenire simili a lui.
Ignoti, nella processione degli ignoti: 
questo vogliono essere;
e amano soggiacere al dolore, il loro dolore,
e rifuggono dal conforto della gioia.
Non cerca la consolazione delle tue parole né la loro musica,
il cuore sofferente di questi uomini.
E' un'afflizione muta e senza forma;
le rende creature solitarie con cui nessuno s'intrattiene.
Attorniati da parenti e conoscenti,
vivono nel timore, solitari;
eppure, non amano la solitudine.
Vogliono piegarsi verso oriente quando soffia il vento da occidente.
Re, così ti chiamano.
E ambiscono a far parte della tua corte.
Ti dicono il Messia,
e anche loro vorrebbero essere unti con il sacro olio.
Sì, vorrebbero vivere della tua vita.

Maestro, maestro dei canti,
le tue lacrime erano simili alla pioggia che cade nel mese di maggio,
e ridevi come le onde spumeggianti del mare.
Quando parlasti, le tue parole furono il sussurro lontano delle labbra di quegli uomini,
al tempo in cui il fuoco non le aveva ancora fatte ardere.
Ridevi per il midollo delle loro ossa non ancora pronto a ridere,
e piangevi per i loro occhi asciutti.
La tua voce fu padre ai loro pensieri e al loro comprendere.
La tua voce fu madre alle loro parole e al loro respiro.
Sette volte sono nato e sette volte sono morto,
e ora nuovamente vivo, e ti guardo,
guerriero tra i guerrieri,
poeta dei poeti
re al di sopra dei re,
nudo fino alla cintura a fianco dei compagni di viaggio.
Ogni giorno il vescovo s'inchina
pronunciando il tuo nome.
E ogni giorno implorando i mendicanti:
Per amore di Gesù,
dateci un soldo per comprare del pane.
L'uno si reca in visita dall'altro,
ma in verità ognuno viene da te,
come l'alta marea nella primavera del nostro desiderio,
e come la bassa marea del nostro autunno.
Alto e basso, il tuo nome è sulle nostre labbra,
Maestro di infinita misericordia.

Maestro, Maestro delle nostre ore solitarie,
ovunque, tra culla e sepolcro, incontro i tuoi fratelli silenziosi:
uomini liberi dai ceppi,
figli della terra che ti fu madre e dello spazio.
Sono come gli uccelli del cielo
e come i gigli del campo.
Vivono la tua vita e pensano i tuoi pensieri,
e fanno eco al tuo canto,
ma hanno le mani vuote,
e non sono crocifissi nella grande crocifissione.
Ed è questo, il loro dolore.
Li crocifigge ogni giorno il mondo,
li crocifigge in mille modi, in mille piccoli modi.
I cieli non ne sono percossi
e la terra non soffre dolori di parto per i suoi morti.
Vengono crocifissi, e nessuno assiste alla loro agonia.
Volgono il viso verso sinistra e verso destra,
e non trovano nessuno che prometta l'ingresso in un regno.
Ma un'altra volta e un'altra volta ancora si farebbero crocifiggere
perché il tuo Dio fosse il loro Dio,
e Padre loro il Padre tuo.

Maestro, Maestro d’amore,
la principessa attende la tua venuta nella stanza colma di fragranze,
e la sposa nubile ti attende nella gabbia,
e per le strade della sua vergogna ti attende la prostituta in cerca di pane,
e nel chiostro la monaca, che non ha marito;
e la donna che non ha figli ti attende, alla finestra,
dove il ghiaccio disegna una foresta sui vetri:
lei ti ritrova in quelle simmetrie,
e si sente tua madre, e si consola.

Maestro, Maestro di poesia,
Maestro dei nostri desideri muti,
freme il cuore del mondo mentre pulsa il tuo cuore,
freme, ma non s'infiamma al tuo canto.
Siede tranquillo, il mondo in ascolto, e la tua voce lo delizia,
ma non lo fa balzare in piedi
a scalare le vette dei tuoi monti.
Agli uomini piace sognare i tuoi sogni, ma non destarsi alla tua alba,
e la tua alba è il loro sogno più grande.
Amano vedere con i tuoi occhi, gli uomini,
ma non trascinarsi al tuo trono.
Eppure molti sono stati posti sul trono in tuo nome,
e hanno ricevuto sul capo la mitra del tuo potere,
e, con l'oro della tua venuta,
hanno fatto corone per il loro capo e scettri per le loro mani.

Maestro, Maestro di luce,
i tuoi occhi sulle dita dei ciechi, che sfiorano cercando;
ma tu sei ancora disprezzato e irriso,
uomo troppo debole per essere Dio,
Dio troppo uomo per suscitare adorazione.
E i loro riti e i loro inni,
il rosario, il sacramento, tutto per il loro io prigioniero.
Tu sei il loro io lontano, il loro grido remoto, e la loro passione.
Ma tu, Maestro, Cuore celeste, cavaliere del sogno più bello, 
tu ancora percorri questo giorno;
né archi né lance fermeranno i tuoi passi.
Tu passi attraverso le nostre frecce,
sorridi volgendo lo sguardo su di noi,
e tu, il più giovane di tutti,
sei padre a noi tutti.
Poeta, Poeta dei cantici, Cuore grande,
possa il nostro Dio benedire il tuo nome,
e il grembo che ti ha custodito, e il seno che ti ha allattato.
E possa Dio concedere il perdono a ognuno di noi. 

- Kahlil Gibran



La natura divina del Figlio accettò di prendere su di sé la tua grossolanità carnale: divenne Dio l’uomo terreno, poiché si fu unito a Dio, che fu fatto un solo essere in quanto l’elemento migliore ebbe il sopravvento, affinché io potessi diventare Dio tanto quanto Dio divenne uomo. 

- san Gregorio Nazianzeno - 


Il sorriso di una maternità fresca è antidoto alla disperazione. 
Personale. Sociale. Anche economica. 
Giovani madri coraggiosamente incoscienti come tante loro nonne e bisnonne. Maria è madre. Regina di tutte le madri. Alleata della maternità. 
Maria madre di Gesù vero uomo. 
Le immagini della Madonna del ‘300-‘400 in cui Maria offre a Gesù Bambino un vero seno di carne hanno difeso la fede dall’odio per la storia. 
La carne umana di Maria antidoto a ogni spiritualismo di “madonne” senza volto e senza forma. 
Maria antidoto con il suo seno di vera donna al veleno di ecologismi animalisti che più o meno sottilmente amano tutta la natura tranne quella umana.




Buona giornata a tutti. :-)



mercoledì 30 novembre 2016

La notte è silenziosa e nell'abito del suo silenzio si nascondono i sogni...

La notte è silenziosa di Kahlil Gibran



La notte è silenziosa
e nell'abito del suo silenzio
si nascondono i sogni.
La luna è spuntata
e per la luna occhi
che controllano i giorni.
O figlia dei campi,
vieni per visitare
la vigna degli innamorati.
Può darsi che spegneremo
con quel nettare
la scottatura degli amori.
Ascolta l’usignolo
dei prati fioriti,
che diffonde la sua musica
in uno spazio immenso, nel quale
le colline hanno soffiato
gli odori dei loro fiori!
O mia giovane, non temere
poiché le alte stelle
serbano i misteri,
e la nebbia della notte
in quella vigna ferace vela i suoi segreti.
Non temere la strega, essa dorme ubriaca
nella sua taverna magica
e il Re dei Ginn,
se passerà andrà via
poiché l’amore lo incanta.
Egli è innamorato come me,
come potrà svelare
i segreti del suo cuore?


Kahlil Gibran



Pubblicato da   Web sul blog

mercoledì 23 novembre 2016

La tempesta è capace di disperdere i fiori ma non è in grado di danneggiare i semi.


By leggoerifletto

Vergine visse e vergine morì - Kahlil Gibran

I suoi contingenti erano ormai sopraffatti dal numero dei nemici ed il generale non ebbe altra scelta che ordinare: “Affinchè si risparmino vite e munizioni, dobbiamo ordinatamente ritirarci presso una città sconosciuta al nemico, ove poter mettere a punto una nuova strategia.
Marceremo attraverso il deserto poichè è meglio seguire questo tragitto che cadere nelle mani del nemico. Incontreremo monasteri e conventi che occuperemo al solo fine di procurarci cibo e provvigioni”.
Le truppe non ebbero niente da obiettare dal momento che non vedevano alternativa ad una situazione così critica.
Marciarono per giorni nel deserto, patendo fatica, caldo, fame, sete. Un giorno videro una costruzione imponente che sembrava un’antica fortezza. Il portone pareva quello di una città fortificata. Alla vista di ciò i loro cuori si rinfrancarono. Pensavano fosse un convento dove poter riposare e trovare cibo.
Quando aprirono il portone, per un pò, nessuno venne loro incontro. 

Poi sulla porta apparve una donna vestita completamente di nero, il viso era la sola parte visibile del suo corpo.
Ella spiegò all’ ufficiale di comando che quello era un convento di suore e come tale andava rispettato, nessun danno doveva essere arrecato alle religiose. Il generale promise loro protezione totale e chiese cibo per le sue truppe. Gli uomini furono serviti nell’ampio giardino del convento.
Il comandante era un uomo sui quarant’anni, pavido e dagli istinti irrefrenabili. L’ansia l’aveva reso inquieto, desiderava una donna che gli desse conforto e decise di costringere una delle suore. Così l’infida lussuria lo portava a profanare quel sacro luogo dove le suore si erano raccolte in comunione di Dio per innalzare a Lui eterne preghiere lontano da questo mondo falso e corrotto.
Dopo aver rassicurato la Madre Superiora, il vile comandante si arrampicò su una scala fino a raggiungere la stanza occupata da una suora che aveva visto dalla finestra. Gli anni di incessante preghiera e di solitaria abnegazione non avevano cancellato tutti i segni di femminea bellezza dal suo volto innocente. Aveva lasciato il mondo dominato dal peccato per poter trovar rifugio quì, luogo dove poter adorare Iddio lontana dalle distrazioni terrene.
Entrando nella stanza il criminale sguainò la spada e minacciò di ucciderla se avesse gridato aiuto.
Lei sorrise e rimase in silenzio comportandosi come se volesse assecondare il desiderio di lui. Poi lo guardò e disse: “Siedi e riposa, hai l’aria molto stanca” . Le si sedette vicino, sicuro della sua preda. 

E lei continuò: “Ho ammirazione per voi uomini di guerra che non temete di gettarvi in seno alla morte” .
Al che quello stupido codardo rispose: “Sono le circostanze che ci obbligano ad andare alla guerra. Se la gente non mi bollasse come vile, fuggirei lontano prima di acconsentire a guidare un maledetto esercito”.
Lei gli sorrise e disse: “Ma non sai che in questo santo luogo abbiamo un unguento che spalmato sul corpo protegge dal colpo della spada più tagliente?”.
“Straordinario! Dov’è questo unguento? Sicuramente potrò utilizzarlo.”
“Ebbene, te ne darò un pò.”
Nato ad un tempo in cui ancora si credeva a certe superstizioni, il generale non dubitò della suora. Ella aprì un vaso e gli mostrò un bianco balsamo. Al vederlo lui fu improvvisamente assalito dal dubbio. 

Lei ne prese un po’ e se lo spalmò sul collo dicendo: “Se non mi credi, ti darò una prova. Prendi la spada e colpiscimi al collo con tutta la tua forza”.
Egli esitava, ma lei continuava a incitarlo perchè la colpisse forte, e alla fine colpì.
Stette quasi per perdere i sensi alla vista della testa che rotolava via dal corpo della suora che si accasciò immoto sul pavimento. Allora capì lo stratagemma di cui si era servita per salvarsi dalla profanazione.
La monaca era morta… ed il comandante vedeva solo due cose di fronte a sè: il cadavere di una vergine ed un vaso d’unguento. 

Cominciò a fissare lo sguardo sull’unguento e poi sul corpo decapitato, dal corpo all’unguento. Allora perse la ragione, spalancò la porta e corse fuori agitando davanti a se la spada insanguinata, gridando alle sue truppe: “Presto, presto, fuggiamo da questo posto!”.
Non smise di correre finchè non fu raggiunto da alcuni dei suoi uomini che lo trovarono in lacrime come un bambino istupidito.
Gridava: “L’ho uccisa! L’ho uccisa!”.

- Khalil Gibran -
Da: “Gibran, tutte le poesie e i racconti”, New Compton Editori





Diceva un foglio bianco come la neve: "Sono stato creato puro, e voglio rimanere così per sempre. Preferirei essere bruciato e finire in cenere che essere preda delle tenebre e venir toccato da ciò che è impuro". 
Una boccetta di inchiostro sentì ciò che il foglio diceva, e rise nel suo cuore scuro, ma non osò mai avvicinarsi. 
Sentirono le matite multicolori, ma anch'esse non gli si accostarono mai. 
E il foglio bianco come la neve rimase puro e casto per sempre - puro e casto - ma vuoto.

- Kahlil Gibran - 




Un giorno Bellezza e Bruttezza si incontrarono sulla riva del mare. E dissero l'una all'altra, "Facciamo il bagno nel mare". Si svestirono e nuotarono nell'acqua. E dopo un poco Bruttezza tornò indietro sulla riva e si vestì di bellezza e camminò per la sua strada. Anche bellezza venne fuori dal mare e non trovò le sue vesti e lei era troppo timida per rimanere nuda, perciò indossò le vesti di bruttezza. E bellezza andò per la sua strada. E ancora oggi uomini e donne scambiano l'una per l'altra. Eppure c'è qualcuno che ha visto il viso di Bellezza e la riconoscono nonostante i suoi abiti. E c'è qualcuno che riconosce il viso di Bruttezza e l'abito non la nasconde dai loro occhi.

- Kahlil Gibran - 
da "Il vagabondo"


Segui l’amore – Kahlil Gibran *

Quando l’amore vi chiama,
seguitelo, anche se le sue vie
sono dure e scoscese.
E quando le sue ali vi abbracciano,
arrendetevi a lui.
Quando vi parla, credete in lui,
anche se la sua voce
può cancellare i vostri sogni,
come il vento scompiglia il giardino.
Come covoni di grano, vi raccoglie in sé.
Vi batte fino a farvi spogli.
Vi setaccia per liberarvi dalla pula.
Vi macina per farvi farina bianca.
Vi impasta finché non siete docili alle mani;
e vi consegna al fuoco sacro,
perché siete pane consacrato
alla mensa del Signore.
L’amore non dà altro che se stesso e
non prende niente se non da sé.
L’amore non possiede
né vuol essere posseduto,
perché l’amore basta all’amore.


(Kahlil Gibran)

Il bacio - Francesco Hayez – 1859
Pinacoteca di Brera - Milano
Buona giornata a tutti. :-)


domenica 9 ottobre 2016

L‘acqua imprigionata nel grembo della terra, la terra non la trova. Quando fugge da lei nel lontano cielo, e le tenebrose nubi tracciano lassù misteriosi disegni, la terra non la trova. Allora il tuono la percuote col fuoco del dolore, e la tempesta gemendo la spinge in tutte le direzioni. Il tesoro che un tempo era così vicino torna nuovamente al cuore. In lacrime essa giunge diluviando, e la terra infine la trova.

SENTIMENTALMENTE

TUTTO CIÓ CHE MI DÁ EMOZIONI....

L'eterna ricerca...

L‘acqua imprigionata nel grembo della terra,
la terra non la trova.
Quando fugge da lei nel lontano cielo,
e le tenebrose nubi tracciano lassù misteriosi
disegni,
la terra non la trova.
Allora il tuono la percuote col fuoco del dolore,
e la tempesta gemendo la spinge in tutte le direzioni.
Il tesoro che un tempo era così vicino
torna nuovamente al cuore.
In lacrime essa giunge diluviando,
e la terra infine la trova.

(di Kahlil Gibran)


 

venerdì 7 ottobre 2016

All'Autunno... :-)

L’autunno è una seconda primavera, quando ogni foglia è un fiore.

- A. Camus -


leggoerifletto   ❤

Autunno pittore

Le nuvole passan portate dal vento,
sparisce l’azzurro in un solo momento;
le gocce di pioggia picchiettano sottili
sui tetti, le auto, i giardini e i cortili.
Gli ombrelli ora mostrano i loro colori
Aperti a corolla, bellissimi fiori
Di questa stagione che autunno si chiama,
mentre l’estate pian pian s’allontana.

La pioggia è un’amica: le piante hanno sete,
la terra e le foglie l’accolgono liete
e già stan pensando a mutare il vestito:
che il verde diventi marrone sbiadito,
oppure arancione, o giallo sgargiante,
o senape, ocra o rosso fiammante!

Sapete l’autunno è un sapiente pittore,
trasforma in regina la foglia che muore,
che appare alla gente stupenda e truccata,
poi lascia il suo rame e con mossa studiata
volteggia nell’aria, farfalla morente,
uscendo di scena nel vento pungente.






Un tempo era d'estate 



Un tempo era d'estate,

era a quel fuoco, a quegli ardori,

che si destava la mia fantasia.
Inclino adesso all'autunno
dal colore che inebria, 
amo la stanca stagione
che ha già vendemmiato.
Niente più mi somiglia,
nulla più mi consola,
di quest'aria che odora
di mosto e di vino,
di questo vecchio sole ottobrino
che splende sulle vigne
saccheggiate.


Vincenzo Cardarelli  (1887 - 1959)


Come d'autunno si levan le foglie
l'una appresso dell'altra, fin che 'l ramo
vede alla terra tutte le sue spoglie,
similmente il mal seme d'Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.
Così sen vanno su per l'onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s'auna.

(Dante Alighieri)




Così come in autunno cadon le foglie l'una appresso all'altra per tornare a fare di nuovo parte della terra, similmente quell'amaro "seme d'Adamo" seme dell'Umanità si getta nel baratro del nulla. L'una dopo l'altra ricadono le anime, come uccelli al richiamo dello specchietto del cacciatore. Così quelle anime annullate vanno sull'onda tetra della morte e prima che siano discese, già una nuova schiera s'aduna - poiché numerosissime sono queste anime volontariamente votate all'autodistruzione. 
- Dante Alighieri - 
(Inferno, III, 112-120)




All'Autunno - John Keats

Stagione di nebbie e morbida abbondanza,
Tu, intima amica del sole al suo culmine,
Che con lui cospiri per far grevi e benedette d'uva
Le viti appese alle gronde di paglia dei tetti,
Tu che fai piegare sotto le mele gli alberi muscosi del casolare,
E colmi di maturità fino al torsolo ogni frutto;
Tu che gonfi la zucca e arrotondi con un dolce seme
I gusci di nòcciola e ancora fai sbocciare
Fiori tardivi per le api, illudendole
Che i giorni del caldo non finiranno mai
Perché l'estate ha colmato le loro celle viscose:

Chi non ti ha mai vista, immersa nella tua ricchezza?
Può trovarti, a volte, chi ti cerca,
Seduta senza pensieri sull'aia
Coi capelli sollevati dal vaglio del vento,
O sprofondata nel sonno in un solco solo in parte mietuto,
Intontita dalle esalazioni dei papaveri, mentre il tuo falcetto
Risparmia il fascio vicino coi suoi fiori intrecciati.
A volte, come una spigolatrice, tieni ferma
La testa sotto un pesante fardello attraversando un torrente,
O, vicina a un torchio da sidro, con uno sguardo paziente,
Sorvegli per ore lo stillicidio delle ultime gocce.

E i canti di primavera? Dove sono?
Non pensarci, tu, che una tua musica ce l'hai -
Nubi striate fioriscono il giorno che dolcemente muore,
E toccano con rosea tinta le pianure di stoppia:
Allora i moscerini in coro lamentoso, in alto sollevati
Dal vento lieve, o giù lasciati cadere,
Piangono tra i salici del fiume,
E agnelli già adulti belano forte dal baluardo dei colli,
Le cavallette cantano, e con dolci acuti
Il pettirosso zufola dal chiuso del suo giardino:
Si raccolgono le rondini, trillando nei cieli.

- John Keats -


Eppure non è il declino ciò che Keats coglie dell'autunno.
Nel settembre 1819, John Keats scrisse l'Ode all'Autunno; il giovane poeta (aveva 24 anni) sapeva che la vita poteva giungere al termine in breve tempo perché la sua salute era minata dalla tubercolosi. Di fatto, sarebbe morto pochi mesi dopo, nel febbraio 1820 a Roma. L'autunno, quindi, non era solo la stagione che osservava intorno a sé quel settembre, era anche la stagione interiore che stava attraversando.


Un sentiero alberato in autunno
Hans Andersen Brendekilde (1857-1942)


In autunno tutto ci ricorda il crepuscolo, – e tuttavia, mi sembra la stagione più bella: volesse il cielo allora, quando io vivrò il mio crepuscolo, che ci debba essere qualcuno che allora mi ami come io ho amato l'autunno. 

- Søren Kierkegaard - 


Notte e giorno desidero che venga la morte a liberarmi da questi dolori, ma poi no, perché la morte distruggerebbe quei dolori che sono pur sempre meglio di niente. 
La terra, il mare, la debolezza e la malattia possono certo dividere, ma mai come la morte, che è per sempre. 
Il prendere coscienza di tanto strazio è in pratica come provare in anticipo l'amarezza della morte. 

- John Keats -
(da Lettera a Charles Brown, 28 settembre 1820)


È sorprendente, ma l'idea di lasciare questo mondo rende ancora più profondo in noi il senso delle sue bellezze naturali. Come il povero Falstaff, anche se non balbetto come lui, penso ai prati verdi. 
Medito con il più grande affetto su ogni fiore che conosco dall'infanzia. 
Le loro forme e i loro colori mi sembrano così nuovi, quasi li avessi appena creati io con fantasia sovrumana. 
Probabilmente è perché sono legati ai momenti più felici e ingenui della nostra vita. 
Ho visto fiori di paesi stranieri delle specie più meravigliose nelle serre, eppure non me ne importa un fico secco. Gli unici fiori che voglio vedere sono i semplici fiori della nostra primavera.

- John Keats -
(da Lettera a James Rice, 14-16 febbraio 1820)


























Veder cadere le foglie e altre poesie - Nazim Hikmet

Veder cadere le foglie mi lacera molto 
soprattutto le foglie dei viali 
soprattutto se sono ippocastani 
soprattutto se passano bimbi 
soprattutto se il cielo è sereno 
soprattutto se ho avuto, quel giorno, 
una buona notizia 
soprattutto se il cuore, quel giorno, 
non mi fa male 
soprattutto se credo, quel giorno, 
che quella che amo mi ami 
soprattutto se quel giorno 
mi sento d’accordo 
con gli uomini e con me stesso. 
Veder cadere le foglie mi lacera dentro 
Soprattutto le foglie dei viali 
Dei viali d'ippocastano.

- Nazim Hikmet -

Buona giornata a tutti. :-)


AUTUMN
 
Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d'agosto,
nelle piogge di settembre
torrenziali e piangenti,
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora passa e declina,
in quest'autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.
Vincenzo Caldarelli

Welcome Autumn
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E' finita l'estate...

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